Una vetrina d’oro per il design italiano

Un premio giusto nel momento giusto. Il Nautical Design Awards, organizzato da Y&S e ADI non solo sta coinvolgendo gli addetti ai lavori che sperano di vincere nelle singole categorie ma incassa il plauso da chi si occupa di design a 360°, con ruoli importanti.
È il caso di Aldo Colonetti: filosofo, storico e teorico di arte, design e architettura, attualmente è il direttore scientifico dello IED (Istituto Europeo di Design), direttore della rivista Ottagono (fondata nel 1966) e consigliere del “giovane” Consiglio Italiano Design. Insomma una vera autorità nel settore nonchè appassionato di barche.
“Mai come adesso, in un momento poco brillante sotto molti punti di vista bisogna tirare fuori nuove idee – spiega Colonetti - che siano legate ai materiali, alle tecnologie o anche solo allo stile è  fondamentale creare interesse. Quindi un premio del genere è un’occasione importante che i designer in gamba non si faranno sfuggire”.

È un periodo interessante per il design nautico? “Sicuramente non lo si può definire di vera e propria svolta. Siamo lontani dai fermenti dei primi anni ’70 quando con l’arrivo della plastica nei cantieri, cambiò radicalmente il modo di costruire le barche. Come abbiamo superato il tempo in cui – grazie soprattutto ad armatori illuminati – si è cominciato a dare un senso diverso all’interno dei motoryacht, chiedendo aiuto anche a designer non del settore. Nessuno sino a quel momento aveva pensato al concetto di casa galleggiante con tutto quello che comporta».

Quindi che periodo stiamo vivendo? «Senza generalizzare, mi sembra che sia finito il periodo dell’eccesso, in un senso o nell’altro. Il minimalismo ha ancora una valenza ma non lo si segue più per essere à la page come le “follie” tanto per apparire sono superate». Apparire è un verbo che seduce però ancora parecchi armatori che magari si rivolgono a designer famosi – persino ad archistar come Norman Foster o Philippe Starck – per realizzare superyacht fuori dal comune. E che spesso non convincono dal punto di vista marino.
“In effetti, qualche volta sono puri esercizi di stile, fatti per “épater le bourgeois” come dicono i francesi – continua Colonnetti – altre volte arrivano a validi risultati. Fermo restando che ritengo sempre utilissimo stabilire contatti e rapporti tra i vari mondi del design, ammetto che la barca resta un oggetto particolare rispetto ad altri, in primis le automobili. Se è vero che un buon designer deve sempre contestualizzare ogni suo progetto, nella nautica questo vale ancora di più. Per ragioni tecniche, culturali e filosofiche. Il mondo velico in particolare non sopporta gli eccessi, le forzature per stupire: alcuni canoni stilistici, stabiliti da francesi e anglosassoni, a mio avviso resteranno eterni».

Anche per questo, si avverte un certo ritorno alla tradizione? «Personalmente, ho sempre amato le barche-barche: sono quelle che mi piace ammirare nei porti, si notano subito in mezzo a tante meno convincenti o troppo simili una all’altra. In effetti, c’è una tendenza di ripensare le imbarcazioni come qualcosa di più vicino a noi, meno prestazionali e più semplici. Oggetti per navigare e godersi il mare senza fretta: lo sviluppo delle navette, promosso dai cantieri in primis e non più affidato solo a operazioni di reffiting, lo prova in modo evidente. Qualche anno fa, osservando un qualunque salone nautico, sarebbe stato impensabile».

Un consiglio a quanti saranno interessati dal premio Y&S-ADI? «Dico solo che nel campo nautico, le innovazioni devono tenere conto della tradizione molto più che in altri ambiti. Qui hanno un peso enorme e tutto sommato è giusto che sia così»